Sagra della Pecora

Attività quali l’agricoltura e l’allevamento hanno rappresentato per Villavallelonga e per i suoi abitanti una risorsa fondamentale per la sopravvivenza della comunità e per l’economia paesana. Terreni coltivati e numerosi gruppi di bestiame raggiungevano quei luoghi che ormai da anni risultano incolti. I Prati d’Angro, tutt’ora occupati da mandrie di mucche, comunicano al visitatore pace, tranquillità, silenzio quasi irreale, eppure, fino a qualche decennio addietro, sono stati teatro di duro lavoro agricolo e testimonianza di ricchi raccolti e feste familiari. Lavoro e festa in un luogo ricco di bellezze naturali, paesaggistiche, ambientali e tradizioni, queste le peculiarità che, quasi sicuramente, hanno portato questa zona di Villavallelonga ad essere luogo della Sagra della Pecora. Siamo nel 1956 quando Domenico Grande, come egli stesso scrive in [1], insegna Matematica e Fisica nell’Istituto Magistrale di Avezzano e decide di organizzare una gita ad inizio giugno a Capo d’Angro. In principio i gitanti sono soltanto dei suoi colleghi. In un secondo tempo la partecipazione viene estesa a professori di altri istituti scolastici e a famiglie “in vista” nella società locale. Il comitato che organizza la festa nei primi anni è esterno al nostro paese, di conseguenza il coinvolgimento della popolazione di Villavallelonga è praticamente nullo. I partecipanti portano il cibo direttamente in loco, e solo più tardi nasce l’intuizione di trasformare questa scampagnata in un evento che possa essere gratificante per l’economia del paese. Secondo alcune testimonianze le gite domenicali di diverse comitive “straniere” presso questi luoghi si sono protratte per alcuni anni con il vincolo di acquistare la carne di pecora locale. Questi pranzi all’aperto, come riportato in [2], sono infatti caratterizzati dal tipico piatto di arrosto sul proprio punto fuoco, e da maccheroni alla chitarra, prosciutto e vino paesano, frutta, caffè etc.. Inoltre non mancano servizi come quello sanitario, fotografico, di sicurezza e di guida forestale, nonché un piacevole sottofondo musicale live. Dopo anni, durante i quali questi luoghi si sono affermati come perfetti per trascorrere giornate di relax in montagna, c’è stata l’ulteriore idea: perché non coinvolgere i commercianti di Villavallelonga in maniera più diretta e organizzare una vera e propria Sagra della Pecora? La partecipazione fu estesa a tutta la popolazione e l’organizzazione fu assunta prima dal Comune e, nel 1971, dalla Pro Loco, associazione fiorente in quell’anno. La data della Sagra, in origine stabilita nelle prime settimane di giugno, fu spostata, dopo qualche edizione, nella seconda domenica di agosto con lo scopo di riuscire a coinvolgere un maggior numero di partecipanti. Essendo la strada impraticabile per le automobili, il luogo veniva raggiunto dai forestieri grazie ad un camion che partiva da Piazza IV Novembre. In seguito, però, per poche edizioni, un autobus delle Autolinee Micangeli era il mezzo più usato per condurre molti dei partecipanti alla festa. Negli anni ’70, come riportato in [3], la Pro Loco inserì alcuni elementi all’evento per ampliare il solo significato eno-gastronomico che la Sagra aveva assunto fino ad allora: il taglio di carattere culturale fu dato dall’introduzione di mostre di pittura e di artigianato. Quest’ultima, in particolare, aveva lo scopo di far rivivere le antiche arti dei pastori e dei contadini. Ebbero molto successo i lavori in legno, ad uncinetto, il ferro battuto e le incisioni. Dulcis in fundo... il ballo della vecchia i nangr per far rivivere una leggenda che ha appassionato generazioni di vecchi e bambini. Il ritorno economico per il paese fu importante: per diversi anni esercizi commerciali come bar e macellerie locali spostavano, in occasione dell’evento, la propria attività presso l’Aceretta. Un altro elemento che ha caratterizzato alcune edizioni dell’evento è stato il grande fuoco alimentato con legna fatta preparare dal Comune per i forestieri che arrivavano sprovvisti dell’occorrente. Si sfruttava il grande fuoco per la cottura della carne per poi procedere alla vendita. Pro Loco ed impiegati comunali si davano da fare per svolgere il tutto al meglio. L’ultimo passaggio di consegne per l’organizzazione dell’evento fu fatto al Comitato Feste Patronali, che tutt’ora se ne occupa. Altri elementi, alcuni ancora presenti, altri estinti, che hanno caratterizzato la festa nella fine degli anni ’70 ed inizio anni ‘80, come scritto in [4], sono la messa all’aperto, i giochi popolari, i concorsi a premi, la banda musicale e la lotteria. La Sagra giunge fino ai giorni nostri mutata per molti aspetti rispetto al passato. Anche se a noi paesani sembra normale, è sicuramente singolare il fatto che ciascun gruppo prepara il proprio pranzo, a differenza di quasi tutte le sagre in cui il comitato organizzatore ha il preciso compito di allestire i tavoli e di preparare i pasti per i partecipanti. Negli ultimi anni si sta affermando una forte tradizione di bivacco tra i giovani, nella maggioranza del posto, la sera antecedente la festa. Infatti decine e decine di tende in compagnia di fuochi ardenti e musica occupano i Prati d’Angro per quasi tutta la notte. La Sagra della Pecora, arrivata quest’anno al 50° compleanno, ha raggiunto un notevole livello di popolarità ed è diventata un’occasione di aggregazione e di coesione per gli abitanti del paese e le persone che pur vivendo fuori affondano le proprie radici qui. La società attuale ha certamente invaso alcuni segni tradizionali della festa, ma questo giorno rappresenta senza ombra di dubbio un risultato di identificazione del luogo e della popolazione rispetto alle proprie radici storiche e culturali.

 

Bibliografia
[1] Domenico Grande, Memorie dalla Rocca, 2000, pp. 113-115.
[2] Comitato organizzatore di Avezzano della IV Sagra della Pecora 1965, Circolare n° 4 del 27 aprile 1965.
[3] Una divertente <<sagra-folk>> all’insegna della cultura, Il Tempo d’Abruzzo, sabato 14 agosto 1976, pag. 3.
[4] Leucio Palozzi, Storia di Villavalllelonga, Edizioni Dell’Urbe, 1982, pp. 223-224.
 
Articolo tratto da Il Banditore dell'agosto 2011