Terremoto e guerre

Il trentennio compreso fra il terremoto del 1915 e la liberazione del 1945 è uno dei periodi più complessi della storia italiana e certamente il più tragico del Novecento. Alcune pagine di storia e fatti del luogo hanno profondamente segnato il destino delle popolazioni e le più rilevanti esperienze possono essere qui ricostruite.
 
Alle ore 7,55 di mercoledì 13 gennaio dell’anno 1915 alcune scosse sismiche, durate circa 20 secondi, ferirono gravemente la terra marsicana. 
Il territorio in pochi attimi fu devastato, le opere in gran parte distrutte, la vita di molti abitanti cessò e, seppure con il freddo intenso, le strade furono in breve tempo affollatissime, sbugiardando l’espressione rivolta al poltrone: «Manghe i tarramute te smove». 
L’epicentro si registrò nel bacinetto del Fucino e ciò fece riemergere le polemiche sul prosciugamento del lago; ad Avezzano si ebbe la maggiore rovina, mentre i Centri circonfucensi subirono più o meno danni, a causa della differente costituzione litologica del sito topografico dove sorgevano gli abitati. 
I giornali dell’epoca hanno pubblicato molte cronache con dovizia di particolari e da una di queste pagine risulta una drammatica e significativa testimonianza locale. 
 
Alle ore 9 del 18 gennaio, l’inviato speciale del periodico La Tribuna si avviò da Avezzano lungo una via fiancheggiata da cadaveri e si fermò nei pressi di un gruppo di persone fra le quali riconobbe l’onorevole Sipari che stava ascoltando un giovane taciturno e malinconico.
Il profugo raccontava la sua esperienza: « Io sono vivo per miracolo. Del mio paese non è rimasta in piedi una casa. Il terrore e l’angoscia lì non ha limiti ». Dopo queste parole l’onorevole chiese: «Quale paese?». E il giovane rispose: « Villavallelonga. Il paese estremo di queste montagne marsicane, oltre Luco, oltre Trasacco, oltre Collelongo. Io non so come sono vivo e come abbia potuto salvarmi con mia madre. C’e cascata addosso la volta di tre piani ». La commozione fu tale che i presenti decisero di andare a Villavallelonga e le automobili affondarono « in un viottolo sfasciato trabalzando nel fango ». 
L’inviato riferisce altre notizie del suo pellegrinaggio e poi descrive l’arrivo a Villavallelonga:
«Proseguiamo per questo estremo paese della Marsica a mille metri di altitudine. Lasciamo a destra il paese di Collelongo che visiteremo al ritorno. L’automobile percorre una via che si svolge su per i contrafforti dell’Appennino. Ecco la chiesuola di campagna di San Leucio, protettore di Villavallelonga. Uno squarcio enorme è visibile a distanza: dentro anche il Santo è caduto frantumandosi. All’entrata del paesello con 2 mila abitanti, vediamo il Palazzo comunale gravemente lesionato e il garage di una Società automobilistica, il cui tetto è crollato. Ci sono circa 70 morti e 200 feriti, alcuni dei più gravi sono stati portati a Roma, altri sono in traballanti baracche costruite con tavole tolte alle rovine. Tra i morti sono contadini e negozianti. Ho notato questi nomi: Coccia Carmine, Angelo Serafini, Natale e Pasqua Tantalo, Antonio Serafini, Tantalo Nicola. Più di venti cadaveri sono ancora tra i rottami. La popolazione ha qui dato prova di rara disciplina. Essa ha subito provveduto da sé a scavare le macerie. Anche a Villavallelonga la strage delle case è totale. All’interno è tutta una maceria e le provviste di grano e di patate sono rimaste sepolte. Tutte le chiese sono crollate. Ho veduto la chiesa parrocchiale: il tetto è sprofondato e le mura esterne si reggono per un miracolo di equilibrio. In questo tempio cinque minuti prima che il terremoto travolgesse questa piaga di Abruzzo era raccolta tutta la popolazione perché si celebravano le funzioni per il matrimonio di due ricchi paesani. Il corteo era allora uscito sulla piazzetta quando è avvenuto il grande crollo. Cinque o sei vecchiette che si erano indugiate nella chiesuola sono rimaste sotto i cumuli e non fu possibile il salvataggio se non per due di esse. Una ventina di popolani si sono salvati per miracolo». 
 
Dopo la descrizione della situazione trovata, il cronista ritiene doveroso soffermarsi sull’abnegazione manifestata dai cittadini: « Questo paese merita di essere segnalato. L’iniziativa privata ha qui avuto una benefica ed esemplare affermazione e se in tutti gli altri luoghi colpiti si fosse rivelata una tale virtù nelle popolazioni, l’opera dello Stato avrebbe trovato terreno infinitamente più atto allo sviluppo della sua opera di soccorso. Il Sindaco, Angelo Ferrari, e il dott. Di Ponzio, sono due individui che è doveroso indicare quale esempio a quanti altri si trovarono nelle loro condizioni. Essi hanno fermato le reclute che dovevano partire, militarizzandole per gli scavi, hanno requisito le poche derrate trovate in fondo alle rovine. Hanno improvvisato delle cucine economiche, hanno distribuito con buoni del Sindaco razioni ai cittadini, ed ora anche per consiglio dell’egregio ing. Petrilli e dell’on. Sipari tentano di riattivare il mulino e le comunicazioni automobilistiche con Avezzano. 
Tutto questo è avvenuto per virtù di popolo e disciplina di amministrati e amministratori. Così fu possibile ai cittadini di Villavallelonga salvare oltre un centinaio di persone, con un lavoro audacissimo e ordinato; e così fu loro possibile organizzare i primi servizi urgenti di sussistenza e assistenza per non far morire di freddo e di fame gli scampati. Debbo però subito avvertire che questo confortante fenomeno di solidarietà cittadina – tanto più confortante quanto più grave è la strage – non ho potuto ammirare in altri luoghi ».
Una pagina di cronaca che oggi è storia e testimonia la situazione dei profughi di questo estremo e isolato Centro della Marsica che dopo cinque giorni dal terremoto aveva fatto appello alle sue sole forze, ma le condizioni si aggravarono ancora; infatti, il 20 gennaio una bufera di neve infuriò nella Marsica e il 22 fu pubblicato un appello di Collelongo dove si narrava che a dieci giorni dal terremoto non aveva ricevuto alcun soccorso. 
 
Le testimonianze dei cronisti, però, debbono essere integrate con la lettura dei dati che a Villavallelonga sono attestati nei libri parrocchiali.
Le vittime registrate il giorno del terremoto (13 gennaio) furono 46, di cui 16 al di sotto dei 25 anni, 9 tra i 25 e 50 anni e 21 con oltre 50 anni. Nei due mesi successivi la triste sorte fu seguita da altre 20 persone, di cui 17 tra i 64 e i 91 anni; nel restante periodo dell’anno si ebbero altri 30 decessi per complessivi 96 morti; tuttavia seppure il 13 gennaio può essere annoverato come il giorno più luttuoso, non altrettanto si può dire per l’anno 1915 che non fa registrare l’infausto primato.
La popolazione fu colpita nella vita e nelle opere, nei ricordi del passato e nei segni monumentali della sua esistenza. La chiesa secolare, prima sede della parrocchia edificata sotto il titolo originario di S. Nicola, fu rasa al suolo e la chiesa della Madonna delle Grazie, preziosa testimonianza dell’influenza benedettina, già intitolata a S. Bartolomeo, fu gravemente danneggiata al pari della chiesa di S. Leucio. L’esercizio del culto fu assicurato celebrando le funzioni liturgiche in una baracca di legno appositamente costruita in Largo Crocicchia, nei cui pressi si trovavano anche le prime capanne di ricovero per i terremotati. 
 
Dalla relazione degli ingegneri che il 31 gennaio visitarono il paese, risulta che il 30% degli edifici fu dichiarato abitabile, mentre il 50% fu mediamente leso e il restante 50% si trovò distrutto; dal documento risulta ancora che le case senza bisogno di lavoro erano 150 e che il mulino era riattivabile. La gran parte delle case distrutte si trovava arroccata intorno alla Chiesa parrocchiale e con queste distruzioni e successive ricostruzioni molte caratteristiche della Rocca di Cerro medioevale sono state cancellate, anche se negli ultimi tempi alcuni indizi sono stati ricondotti alla luce e sul posto è stato possibile ricostruire alcuni profili ambientali e testimonianze di vita.
Il comitato dei Lavori Pubblici ha a suo tempo ritenuto che il fattore edilizio fosse quello che aveva maggiormente influito nel cedimento o nella resistenza di fronte alla scossa, anche se si doveva riconoscere una debita parte alla struttura geologica e alla conformazione topografia del suolo sul quale sorgevano le abitazioni. Per la ricostruzione delle case furono concessi alcuni mutui che, soltanto in epoca successiva, vennero trasformati in contributi; tuttavia le complesse procedure non permisero a molti di usufruirne, anche se a tale scopo molti edifici furono inevitabilmente distrutti e non mancò l’indignazione per lo sfruttamento della grande sventura nazionale. 
 
Dalle primitive baracche di legno gli abitanti furono sistemati in altre provvisorie costruzioni di laterizio che hanno condotto in locazione; la successiva mancanza di interventi definitivi ha indotto gli abitanti a richiederne l’acquisto in modo da provvedere alle necessarie ristrutturazioni, facendo cessare la lunga emergenza.
Il terremoto marsicano cadde nel periodo di neutralità dell’Italia di fronte alla guerra dichiarata dall’Austria alla Serbia (28 luglio) e alla Russia (1 agosto 1914). Queste scintille innescarono il primo conflitto mondiale e, dopo nove mesi, l’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915, combattendo contro gli imperi centrali con i quali era prima alleata, ma solo per patto difensivo. Erano trascorsi appena quattro mesi dal terremoto e i Centri marsicani, dopo le 30.000 vittime causate dal tremendo fenomeno della natura, furono chiamati a combattere per la Patria, dando un contributo eroico all’Italia che al grido di Trento e Trieste era impegnata contro gli Asburgo nella quarta guerra d’indipendenza ed ultima del suo Risorgimento. Gli eventi bellici si conclusero il 4 novembre 1918 con la vittoria sul nemico e la conseguente completa unificazione del territorio nazionale e del popolo italiano. 
 
Per Villavallelonga il contributo di eroismo, di virtù e di dolori, fu considerevole e le future generazioni potranno trarre dagli esempi dei propri eroi l’elevazione necessaria per conseguire le migliori opere di giustizia, di progresso e di pace. 
Ecco la menzione di alcuni eroi che affrontarono la morte e meritarono la decorazione militare: sul Carso, il 28 ottobre 1915, Tantalo Telesforo di Cesidio « spontaneamente si offriva per collocare le vedette in una posizione avanzata. Ferito ad una gamba continuava a trascinarsi per disimpegnare il mandato affidatogli, finché veniva nuovamente e mortalmente ferito » (cap.le regg.to fanteria, anni 24, medaglia d’argento). 
 
Alle Cave di Selz, il 28 marzo 1916, Grande Antonio fu Giovanni, « facendo parte di una pattuglia in ricognizione, avanzò arditamente, di giorno, verso le posizioni avversarie. Costretto a sostare in prossimità dei reticolati a causa della fucileria nemica che impediva di avanzare, mantenne, benché più volte ferito, contegno energico rispondendo al fuoco, e si ritirò solamente quando, per la perdita di sangue, gli vennero a mancare le forze. Morì il giorno seguente per le ferite riportate » (sold. regg.to fanteria, anni 28, medaglia d’argento). 
 
Sul Monte Spil, il 14 agosto 1916, D’Alessandro Cesidio fu Sabbatino « con mirabile sangue freddo spostava opportunamente una mitragliatrice piazzata in posizione fortemente minacciata di accerchiamento e contribuiva col fuoco a ricacciare il nemico ch’era riuscito a penetrare in alcuni nostri elementi di trincea, poco discosti » (serg. regg.to fanteria, medaglia di bronzo). 
 
A Zenson di Piave, il 12-14 novembre 1917, Di Ponzio Leucio fu Innocenzo, « quale capitano medico di un reggimento, seriamente e fortemente impegnato in combattimento, fu energico ed attivo per portare le cure ai numerosi feriti che affluivano al posto di medicazione. Per meglio assolvere il suo compito, sotto violento tiro di artiglieria e mitragliatrici, più volte espose la vita » (cap.no medico di complemento regg.to fanteria, medaglia di bronzo). 
 
Sul Col Moschin, il 16 giugno 1918, Bianchi Paolo fu Domenico « da solo faceva prigionieri un ufficiale e quattro soldati nemici » (sold. regg.to fanteria, medaglia di bronzo). 
 
A Monie Majo-Val Posina, il 30 agosto 1918, Ricci Biagio fu Martiliano « portatore dell’apparecchio lancia-fiamme, si portava a contatto di un gruppo di nemici e, ferito una prima ed una seconda volta, rimaneva al suo posto di combattimento. Ferito poi più gravemente, si ritirava soltanto quando l’apparecchio non aveva più liquido e lo poneva in salvo » (sold. regg.to bersaglieri, medaglia d’argento). 
 
Accanto ai decorati al valor militare debbono essere ricordati anche quanti a causa della guerra sono caduti sul campo. Ad essi sono testimoniati in ogni tempo i sentimenti di riconoscenza e gratitudine. Il 2 settembre 1921, per iniziativa del Villavallelonga Club di Rochester N.Y. – U.S.A. e con il concorso dei cittadini di Villavallelonga, fu inaugurato un monumento alla memoria dei caduti della guerra 1915-1918. Il riconoscimento simbolico fu collocato sul piazzale antistante la bella fontana delle donne, che si trovava sul punto dove oggi sono le scale della chiesa parrocchiale. L’iscrizione diceva: Ricordo ai Morti in Guerra 1915-1918. Ad iniziativa del « Villavallelonga Club » Residente in Rochester N.Y. Stati Uniti d’America Col Concorso dei Cittadini di Villavallelonga. Inaugurato il 2 settembre 1921. 
Nel 1923 il monumento fu completato, a cura di G. Bianchi, con una recinzione in ferro lavorato e quattro pilastrini, ma la prima preziosa testimonianza è andata dispersa in epoca successiva, a seguito dell’operazione “ferro alla Patria” voluta dal governo fascista. 
  
Oggi, in piazza IV Novembre, sul punto che ha subìto una delle più rilevanti alterazioni dello stato dei luoghi, anche per la distruzione della canale medioevale, è collocato un nuovo monumento con l’iscrizione seguente: Ai suoi figli caduti per la Patria anno 1968. Il 2 settembre 1978, in occasione del bicentenario di S. Leucio, alla presenza delle autorità civili e militari e con l’intervento del Complesso bandistico dell’esercito italiano, è stata apposta un’altra iscrizione dal seguente contenuto.: Ai concittadini caduti di tutte le guerre / nella fausta ricorrenza del / Secondo Centenario di Venerazione / del Santo Patrono Leucio / A Testimonianza di imperituro ricordo / il popolo di Villavallelonga / Pose / Addì 2 settembre 1978.
Ogni anno nella ricorrenza del 4 Novembre alle Casette, lungo la via Marsicana, si tiene una suggestiva cerimonia per onorare i caduti alla cui memoria sono stati piantati altrettanti tigli, che vengono amorosamente custoditi dalle rispettive famiglie di quegli ero,i con la predisposizione di tanti piccoli altari in attesa delle autorità civili e religiose. I tigli e le casette asismiche sono così associati nel ricordo di due fatti così diversi, ma parimenti luttuosi. 
  
Dopo le terribili esperienze del terremoto e della guerra mondiale si fanno i primi tentativi di ricostruzione e si esamina la situazione della parrocchia locale. Lo svolgimento della vita civile riprende con rinnovato impegno e le questioni economiche di pubblico interesse sono attestate sui libri mastri relativi al bilancio comunale del 1927-29. 
Fra le entrate sono notati i canoni di affitto per le casette asismiche, i corrispettivi per l’esportazione della bauxite, della legna e per le cave di pietra, il canone per la concessione dell’acqua al Comune di Collelongo (lire 5.000 annue ai sensi dell’art. 7 del contratto), gli affitti dei pascoli montani e degli erbaggi estivi di Angro, i corrispettivi per le piante di faggio e i concimi dei Prati di Angro, i proventi per la vendita dei tabacchi e per le contravvenzioni, le tasse sulla famiglia, sul bestiame, sui cani, sugli animali caprini, inoltre, il rimborso delle somme anticipate per i sussidi del “baliatico” e la riscossione dell’affitto dal Parco Nazionale d’Abruzzo (lire 1.000). 
Fra le spese si segnalano quelle legali per la lite con Collelongo, le quote alle guardie campestri ed urbane sulle contravvenzioni, il canone per l’illuminazione pubblica, i compensi per il pubblico banditore, per il medico, per la levatrice e per gli operai che d’inverno sgombravano la neve dalle strade del paese.
 
Anche i fatti particolari di cronaca locale sono significativi: nel 1927, Leucio Grossi, di aa. 12, mori al Santuario di S. Michele a Balsorano, in seguito alla ferita provocatagli sulla testa da una pietra staccatasi dall’alto, e Nicola Ferrari, di aa. 44, perse la vita nella cinta del Fucino, dove era andato a bere perché avvinazzato; nel 1933, Archimede Grande, di aa. 32, guardia del Parco Nazionale d’Abruzzo, sfinito di forze per la troppa neve, restò assiderato presso Giatista (sopra Valle Rosa) e confermò tragicamente l’antico riconoscimento latino: “Marsae nives et frigoria”; nel 1935, Valerio Ferrari, di aa. 18, gettò dei fili di ferro sulla linea elettrica e restò fulminato, pagando con la vita il prezzo del progresso nel campo dell’illuminazione artificiale.
Intanto il fascismo conduceva gli italiani in altri conflitti. La guerra etiopica in Africa impegnò le truppe italiane nel 1935/1936, portandole in Addis Abeba. Nell’albo della gloria, relativo a queste vicende, è presente Di Cesare Cherubino Nunzio di Leopoldo che, partito da Villavallelonga con molti compaesani, perse la vita in terra africana.
 
La cittadinanza fu chiamata ad assolvere un ruolo importante nelle sorti del secondo conflitto mondiale. Alcune pagine sono incancellabili e meritano di essere ricostruite.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, tutto poteva essere terminato e invece la situazione si aggravò con la presenza nel territorio dell’invasore tedesco. Dalla fine del settembre alla prima metà dell’ottobre, prima che il fronte si stabilizzasse a Cassino, si ebbero atti d’audacia ed esempi di umana comprensione che indussero il tedesco alle più dure repressioni. 
 
L’11 ottobre 1943, alle prime ore del pomeriggio, una telefonata dell’ufficiale postale di Collelongo avvertì Villavallelonga che in paese erano passati alcuni camions militari con tedeschi armati di tutto punto. L’impressione ricevuta aveva fatto presagire una spedizione punitiva, perché si erano intraviste alcune mitragliatrici pesanti. 
L’allarme si diffuse in un baleno e presto iniziò una fuga generale; ma, quando ancora i più solerti fuggiaschi dovevano giungere alle falde dei monti, i tedeschi erano già in vista del paese e scaricarono alcune raffiche di mitra in direzione dei monti; giunti in piazza, si diressero verso il municipio, ma lo trovarono chiuso e si misero alla ricerca del podestà e dell’Abate. 
  
Richiamato dalle grida, sopraggiunse Don Gaetano, il quale, con grande umiltà e ardimento, si inginocchiò ai piedi del tenente Muller e lo implorò di risparmiare il paese e i poveri abitanti, volendo egli scontare qualsiasi offesa o danno eventualmente arrecato dai suoi compaesani. 
Nel frattempo, il botanico Loreto Grande giunse con una chiave del Municipio e spiegò, con inaspettata prontezza, che il podestà Bianchi Paolo non era affatto fuggito, ma si era recato a L’Aquila per fare provviste di farina. Il comandante tedesco li fece entrare all’interno del Municipio e ordinò di sistemare le mitragliatrici sotto i portici dell’edificio. 
Intanto, presso la casa dell’Abate, alcuni tedeschi trovarono il passionista Padre Venanzio Sinibaldi che spiegò di essere ospite del parroco Don Domenico Giancursio; al passionista venne fissato un termine di 10 minuti per trovare il detto Abate.
Le inutili ricerche ed il passare dei minuti pregiudicava la sorte del povero padre; ma, ad un certo punto, avvicinandosi lo scadere dell’ultimatum, Lullo di Cesinella, che più volte aveva risposto di non aver visto l’Abate, fece capire che invece era nella sua abitazione e, sollecitato dal passionista, fece in modo che uscisse come se fosse di ritorno dalle Casette. Così successe, e i due religiosi furono condotti al Municipio, dove già il tenente Muller stava interrogando Don Gaetano e Loreto Grande, mentre altri tedeschi, osservando con i binocoli le propaggini del Monte Cerri e scorgendovi alcune teste, diedero ordine di puntare le mitragliatrici in quella direzione e fecero scaricare alcune raffiche pericolosissime.
  
Il sommario processo, a cui fu sottoposto il paese, doveva accertare:
se era vero che gli abitanti avevano dato rifugio, vitto e alloggio ai prigionieri delle truppe inglesi – indiani e pakistani – evasi dal campo di concentramento di Avezzano (e tra questi, Sahabzada Yaqub Khan , futuro Ministro degli Esteri del Pakistan, poi tornato in tale veste, in visita di riconoscenza a Villavallelonga);
se era vero che i giovani del luogo avevano gettato dalla finestra e bruciato i libri dell’anagrafe; 
se era vero che non erano state consegnate tutte le armi, come richiesto dall’apposito bando. 
Dopo il coraggioso gesto di Don Gaetano, era la volta di Loreto Grande, il quale, con una difficile prova di eloquenza, sottolineò la natura ospitale degli abitanti, spiegò la loro fuga non come prova di colpevolezza, ma come effetto della paura, e giustificò l’ospitalità offerta ad alcuni indiani e pakistani, non sapendo che si trattasse di prigionieri di guerra delle truppe inglesi, evasi dal campo di Avezzano. La sentenza fu di sterminio e, dopo minuti di grande angoscia, il botanico intervenne nuovamente per porre in evidenza l’inutilità della decisione estrema e, facendo notare che la sua esecuzione non era utile a nessuno e men che mai ai tedeschi, i quali in seguito non potevano non attendersi la più dura ostilità, offrì in cambio della vita ogni sorta di provviste. 
Incredibilmente la proposta venne accolta e la prima sentenza fu trasformata in decisione di razzia, con il conseguente rifornimento di maiali, galline e viveri; ma la Villa e i suoi abitanti furono salvi. 
L’episodio dell’11 ottobre è significativo, perché avviò un processo di maturazione delle coscienze individuali e segnò l’inizio di una partecipazione, sia pure rudimentale, all’organizzazione della resistenza armata. I mesi che seguirono furono turbati da rastrellamenti, bombardamenti e sfollamenti sulle montagne; la tensione fu continua e rischiò la tragedia il 6 dicembre 1943.
La mattina di questo giorno, il paese venne circondato da centinaia di soldati tedeschi per il rastrellamento dei prigionieri e la popolazione fu raccolta presso la segheria, appena fuori le casette asismiche. In tale luogo sarebbe avvenuta la fucilazione, se fossero stati trovati i prigionieri nascosti all’interno delle abitazioni; ma, pur scoprendo una settantina di rifugiati, i tedeschi non portarono a compimento la rappresaglia, perché una nebbia fittissima e improvvisa, salita dalle conche del Fucino e di Amplero, avvolse e nascose alla vista uomini e cose. La mattina seguente, quasi per reazione, alcuni aeroplani gettarono una ventina di bombe sul paese e sulla campagna circostante, scavando immensi crateri e provocando rovine, ma, fortunatamente, senza lasciare vittime. 
 
Seguirono altri mesi di spavento e di freddo intenso, in cui spesso la neve si tinse di rosso; infine, si giunse all’ultimo bombardamento del 22 maggio 1944, quando una bomba colpi la Chiesa della Madonna delle Grazie, arrecandole non pochi danni, e la gente fu costretta per almeno altri quindici giorni a vivere nascosta tra le montagne. Il 13 giugno 1944, nel giorno della festa di S. Antonio, dopo il lungo periodo di rifugio montano, i villavallelonghesi celebrarono nella Chiesa di S. Leucio, l’unica rimasta agibile, la messa di ringraziamento per la liberazione dall’invasore tedesco. La resistenza si intensificò al nord e la liberazione per tutto il territorio nazionale si consegui il 25 aprile 1945. 
 
Dopo le vicende belliche, le popolazioni si armarono di impegno e tentarono di risollevare le sorti miserevoli dell’economia, attingendo al serbatoio inesauribile delle proprie energie morali. Nei primi anni del dopoguerra, a Villavallelonga si riprese un intenso sfruttamento del prezioso bosco, la sola risorsa immediatamente disponibile, e si avviarono le connesse attività economiche. Fra queste si devono segnalare le “calecara” (fornaci) attivate per la trasformazione delle pietre in calce, assai richiesta in commercio per la ricostruzione delle molte opere distrutte dalla guerra, e le “carbonere” per la trasformazione della legna in carbone, con un ciclo lavorativo di circa dieci giorni che impegnava intere famiglie per mantenere il fuoco ed assicurare al carbone il migliore rendimento della sua funzione energetica.
 
Tratto dal libro "Storia di Villavallelonga"  del prof. Leucio Palozzi